Ecco i racconti (speriamo di non aver dimenticato nessuno!) inviati all’Alzheimer Fest per la serata “Che cosa c’è da ridere” di sabato 15 settembre a Levico Terme.  Che possano essere uno sprazzo di luce per i giorni bui. Grazie a tutti i partecipanti.

Buona lettura

Ps “Il Gino Bramieri dei poveri” è quello che ha suscitato più applausi, anche a giudizio di un esperto del settore sorriso, il comico Lucio Gardin. Effettivamente è più lungo rispetto alla misura richiesta. E dunque, viene amorevolmente squalificato? Facciamo di meglio: innalziamo tutti gli altri al rango di vincitori…

Michele Farina

 

 1. Se aspettano ancora un po’…

Ormai lei – Olga – non mi percepiva più come marito. Mi disse: “Tu sei quello che mi deve aiutare”. Era diventata – all’opposto di prima – molto docile e paziente, sempre avvolta come da una fulgida aura di serenità. Neanche il dolore ora la scomponeva più di tanto, così che, quando cadde, feci molta fatica a capire che si era fratturata un polso, come poi, in effetti, venne accertato al Pronto Soccorso.  Lì, dopo oltre quattro ore d’attesa, sempre tranquilla e senza mai lamentarsi, nel bel mezzo di uno dei suoi soliti sorrisi, sottovoce, mi disse: “Se aspettano ancora un po’ guarisco!”.
CORRADO FABBRI

foto Luca Chisté

2. Il Gino Bramieri dei poveri

Come si può pensare di raccontare una storia, quando si vive da tanti anni, tutti i giorni, a contatto con una miniera di storie. Si comincia, si buttan giù quattro righe e poi si pensa, non è giusto… non posso non citare la Mariuccia, il Luigi, l’Armando, l’Angelina etc.etc.etc; quell’altra storia è più bella, no anzi sono tutte belle e allora abbiam pensato facciamo il “Gino Bramieri dei poveri” e mettiamo giù tanti pezzettini e cerchiamo di far capire che la casa di riposo è un posto anche allegro, sicuramente pieno di vita, di sorrisi di aneddoti divertenti, nonostante la malattia, la sofferenza e la morte sempre presenti. Se si vuole si può cercare di sorridere, soprattutto se si è in molti a condividere questo piacere e se c’è il desiderio di farlo nel rispetto delle persone.

SILVIO 86 ANNI INFERMIERE

CIAO SILVIO, TI PIACE QUESTO CANE LABRADOR, ABITA QUI CON NOI !

MI PIACE ! COME SI CHIAMA QUESTO CANE ?

BONNIE

COME ? BORGHI ? COME ME ! SIAMO PARENTI ?

COLOMBA 95 ANNI , DI CUI META’ PASSATI IN CHIESA….

OH GESU’ D’AMORE ACCESO NON TI AVESSI MAI OFFESO, O MIO CARO BUON GESU’ NON TI SOPPORTO PIU’

ANGELINA 90 ANNI

ANGELINA MI SCRIVI QUALCHE COSA DI BELLO ?

MA POSSO SCRIVERE IN STAMPELLO ?

SI CERTO ANGELINA, MA COSA VORRESTI SCRIVERE?

MIA COGNATA DOVEVA ANDARE IN PENSIONE MA NON LE HANNO PAGATO I FRANCOBOLLI !

E IO HO BISOGNO L’INVALIDITA’ !!!

PERCHE’ TI SERVE ANGELINA ?

DEVO ANDARE A CASA A SPENDERLA , DEVO PAGARE I DEBITI !

QUALI ?

UN MILIONE PER LA VISITA CHE HO FATTO A NEW YORK.

COME STAI OGGI ?

MALE ! MI HANNO TAGLIATO LA GAMBA!

MA NO, GUARDA NE HAI ANCORA DUE , SONO QUI

LO SO! MA ERANO TRE , NON TI RICORDI ?

ANNA 81 ANNI, NUBILE

O NANA NON FARE COME ME…FIN CHE SEI IN TEMPO DALLA VIA ….

GIOVANNA 85 ANNI

SUL LAGO DI TIBERIADE DURANTE IL VIAGGIO IN TERRA SANTA :

DISGRAZIATI MI AVETE PORTATO A BELLAGIO E NON MI AVETE DETTO NULLA

ALL’OSTELLO DELLA GIOVENTU’ DI TEL AVIV

GIOVANNA PRENDI LE PASTIGLIE ….

FINALMENTE SI MANGIA QUALCHE COSA…!

FIORINDO 82 ANNI A GERUSALEMME SULLA VIA DOLOROSA ALLA TERZA STAZIONE

FIORINDO ANDIAMO A VEDERE IL SANTO SEPOLCRO

NO STO QUI A GUARDARE IL VIA VAI ….

LORENZA 94 ANNI

ALLA CASA DEL PELLEGRINO DI TIBERIADE

NON CI STO IN QUESTA CASA MALFAMATA PER COPPIETTE, NON SON MAI ANDATA AL MOTEL !

A GERICO POSTO DI BLOCCO MILITARE , FINESTRINO ABBASSATO:

LORENZA DISPENSA BACI AI MILITARI E AD UNO CHIEDE….SCUSI TOILETTE ?

MENOTTI 84 ANNI , EX MACELLAIO TRIESTINO

DA ANNI IL SUO LINGUAGGIO E’ LIMITATO A POCHE PAROLE: SOGGIORNO MARINO A VARAZZE, GITA AD ALASSIO : UNA BELLA RAGAZZA PASSEGGIA SUL LUNGO MARE, MENOTTI MANI INCROCIATE DIETRO ALLA SCHIENA, OCCHI SPALANCATI , CON TONO SQUILLANTE

“ MA CHE TOCCO DI MONA !!”

MENOTTI , MA COSA DICI ?

ME DITE SEMPRE PARLA PARLA …GO PARLATO

ARMANDO 96 ANNI EX MINATORE

COSA RICORDI DEL LAVORO IN MINIERA IN SARDEGNA A MONTEVECCHIO?

CHE CI SONO DONNE UN PO’ PICCOLE , MA CON IL SEDERE PIU’ BELLO DEL MONDO !

MARIA 100 ANNI EX GELATAIA E SILVIO

SILVIO L’EX INFERMIERE CHIEDE A MARIA

MA TU DA DOVE VIENI ?

VENGO DA ROVIGO

NON E’ VERO NON CI CREDO, PERCHE’ TUTTE LE VOLTE CHE SON VENUTO A ROVIGO NON TI HO MAI VISTO !!!

MARIUCCIA 80 ANNI ATTRICE DA POCO …

DOPO UNA GIORNATA SUL SET

MARIUCCIA SEI STANCA?

HO FAME : L’AMORE FA FARE I SALTI , MA LA FAME LI FA FARE PIÙ ALTI !

LUIGIA 89 ANNI

DURANTE LE ATTIVITA’ ANMATIVE , SEDUTA VICINO AD ANNA DICE:

MA NONNA TI SON CADUTI TUTTI I DENTI ?

E ANNA RISPONDE

MA IO SON BELLA LO STESSO E IL MARITO L’HO TROVATO, MICA COME TE !

LAURA BIELLA E LA BANDA DELLA FOCRIS DI SARONNO

3. La voce della verità

Chi non crede nella purezza di cuore dei malati di Alzheimer alzi la mano. Se c’è ancora qualcuno che ne dubita, alla fine di questa storia si ricrederà.

In una tiepida giornata di primavera, quando tutto il mondo della natura si sta risvegliando, decisi di fare una passeggiata in giardino con Lina; Lina stava sembra attaccata al braccio di chi voleva condividere un po’ di tempo con lei, ti guardava con i suoi profondi occhi azzurri innamorati, non importava chi tu fossi, lei amava tutti e tutte indistintamente. Era un momento di gioia e serenità starle accanto. Iniziammo cantando “Lisa dagli occhi blu” sostituendo Lisa con Lina e lei mi sorrise felice, chissà in quanti gliel’avevano cantata durante la sua gioventù…. poi iniziammo a osservare il mondo che ci circondava: “Lina, guarda i fiori!” “Belli, bell, sì sì sì, rispondeva lei.

“Lina guarda gli asinelli hai visto che bel musone hanno?”

“Belli, belli sì sì sì”.

Ad ogni sua affermazione gli occhi si illuminavano ancora di più, quegli occhi sembravano davvero rimasti giovani e vitali senza soffrire dalla malattia. Ad un certo punto Lina si fermò, si mise di fronte a me ed iniziò ad accarezzarmi il volto ripentendomi “Sei brava, tu, sì sì sì”.

L’ emozione del momento mi colse un po’ alla sprovvista mentre mi perdevo nei suoi occhi che mi guardavano con amore. Passò dal sei brava al sei bella sempre accarezzandomi e io iniziai a pensare che di lì a poco avrei avuto gli occhi lucidi. Cercai quindi di reagire parlando: “Davvero, Lina, sono brava?”

E lei: ” Sì sì sì, brava” “E sono anche bella?” “Sì sì sì bella, bella”. La mia autostima cresceva e cresceva e allora decisi di approfittare un po’ di questa sua benevolenza “Lina, e sono anche magra?” Lei mi guardò un po’ più seria rispondendomi: “No no no, quello no”. Si girò dall’altra parte e riprese a camminare lasciandomi con la bocca aperta sorridendo di me stessa che avevo cercato di imbrogliarla.

ROSANGELA CRESPOLINI

 

4. L’ottavo nano

“ Buongiorno Graziano come sta Margherita?”

“Insomma… è nel cuore la sua più grande ferita.

Anche la testa non la supporta.

E io, il marito, vengo messo alla porta.

Il paradosso è che al Centro Diurno hanno iscritto me

E lei a casa senza farsi neanche un tè.

Io sto bene, una giornata in compagnia della spensieratezza,

E della terza età, per qualche ora, ho scoperto la bellezza.

Ma da un po’ c’è una novità

Che ai miei giorni ha tolto la loro beltà,

Adesso al Centro viene anche lei

E tutti i rimproveri adesso sono miei.

Scene di gelosia che fanno cadere le braccia

E anche gli altri si interrogano guardando la mia faccia.

Io son tanto sordo da non capire del tutto i contenuti

Ma il tono … quello si … fa spaventare anche gli ultimi venuti.

Io devo essere il massimo della elasticità

Sono suo zio, suo figlio e il suo papà;

Io che ho faticato a fare solo il marito

Adesso mi trovo in un ruolo mai definito.

Di una cosa ora sono  contento

E, a considerare il tempo che passa, non mi fa sentire spento

Io che ho sempre pensato solo al dovere, alla compostezza e al lavoro

Adesso posso in tutta calma rispecchiarmi in loro.

Senza ansie da prestazione,

Con il solo gusto di mettermi a disposizione.

Tutti al Centro hanno bisogno di una mano

E accettano volentieri il mio aiuto, anche se viaggio tanto piano.

Anche il nostro matrimonio è diventato strano,

Mi sento per Biancaneve l’ottavo nano;

Mi sento forte anche nella nostra fragilità

E fa meno paura anche la quotidianità.

Passato andato

Presente meno sfortunato

Futuro insieme come avevamo desiderato”.

SAMANTHA ROSSI

 

5. La gita scolastica

È una giornata di fine agosto quando non si capisce se è ancora estate o già autunno perché si sa che “la pioggia d’agosto rinfresca il bosco”. Ci stiamo preparando per una delle ultime gite di quest’anno. Le partenze sono sempre impegnative per noi, come anche gli arrivi…Bisogna ricordarsi tutto – il cappello se c’è il sole, l’ombrello se piove, la giacca perché non si sa mai.
Finalmente si parte! Saliamo verso le montagne verdi attraversando boschi incantati. Conosco bene questi posti, anche se non sono i miei posti natali , e come se lo fossero da sempre.
Siamo tutti diversi nel nostro pulmino. Di età, di origini, di religione…è pure così uguali. La voglia di respirare un po’ di ossigeno come dice la nostra cara signora E. accompagna tutti noi.
Descrivo a loro ogni paese che attraversiamo con piccoli particolari come piace a loro. Con occhi lucidi guardano fuori dai finestrini. Sembrano felici, hanno i volti rilassati e mi assorbono ogni singola parola con curiosità. Sono felice anch’io . Come si fa a non esserlo con tutta la gioia che loro emanano.

In tutta questa gioia sento una voce quasi da bambino che mi chiama “maestra maestra”. Ci impiegò un po’ a capire… Mi giro verso il signor E. Lui continua ”non sono mai stato in una gita scolastica” con un sorriso “Durbans” come direbbe una nostra cara signora E. Mi guarda come guardano i bambini le loro maestre e con il volto felice mi ripete ancora” mai stato in una gita scolastica, oggi è la prima volta! E mi piace molto” Avrei potuto essere la sua nipote guardando l’età…ma per lui in quel momento ero la sua maestra. Perché lui in quel momento non faceva solo il viaggio assieme a noi ma era ritornano indietro nel tempo ed era felice. E a me bastava quello!

CENTRO DIURNO ALZHEIMER CASCINA SAN PAOLO

Cooperativa sociale Nuovo Solco, Monza

foto Luca Chisté

6. No te me l’avevi mai dit

Sono un operatrice che lavora da molti anni a stretto contatto con persone con demenza affette da disturbi comportamentali. Le testimonianze lette in genere  sono situazioni sofferenti, dolorosamente pesanti, nulla da togliere a questo, che ci insegnano ogni giorno a vivere a pieno la vita ma noi tutti residenti, familiari, volontari e operatori non abbiamo bisogno di aggrapparci solo a questo bensì ad imparare da queste situazioni e afferrare le altre “allegoriche” per sdrammatizzare la pesantezza della malattia “AGGRAPPARCI AGLI SPIRAGLI DI LUCE”. Spesso difficile da accendere. Vorrei dare il mio contributo  testimoniando una simpatica circostanza che mi è accaduto personalmente nella mia realtà lavorativa.

Un giorno esco dall’ ascensore accompagnando il signor Ernesto a braccetto (in passato persona socievole sorridente, ”l’è sempre sta en bon om” cosi lo descrive il figlio) con compromissione del linguaggio infatti, non parla ma farfuglia ripetendo spesso una stessa frase questo periodo che bela… che bela… Improvvisamente incontriamo la moglie e la figlia. Lui le accoglie con un gran sorriso dall’ espressione del viso le riconosce, continuando nel suo ripetere la frase che bela f……che bela f…. Convinta di aiutarlo, lo incoraggio ripetendo la parola detta aggiungendo la lettera f per volerlo aiutare a completare la frase dicendole alla figlia  ”che bela fiola”. Colpo di scena. Il signor Ernesto parte con una esclamazione a sorpresa ed ad effetto dicendo che bela f.. che bela f….che bela figa!

Reazione: tutti scoppiamo in una risata liberatoria e complice. Ernesto sembra consapevole della gaffe ride all’impazzata con le lacrime agli occhi. La moglie felice scoppiò a ridere abbracciò calorosamente il marito esclamando “NO TE ME L’ AVEVI MAI DIT”. Cosa buffa che entrambe moglie e figlia volevano essere destinatarie di questa ilare battuta.

Questa emozione ha scaturito un proseguo, infatti quotidianamente quando la moglie o la figlia faceva visita al marito bastava uno sguardo per rievocare, rivivere quella atmosfera positiva vissuta. E’ importante saper cogliere questi frangenti di luce per non permettere alla malattia di spegnere completamente e vedere solo il buio. A volte basta un sorriso per accendere la luce.
MIHAELA NEAGU, operatore sociosanitario in un nucleo Alzheimer

7. Il bagno occupato

Ancora occupato??!! Sì certo, il bagno è ancora occupato, c’erano dubbi? Da mia madre naturalmente. Ci va ogni dieci minuti, ovvero cinque volte l’ora e settanta al giorno, di media. Di notte no, ha il pannolone. E’ il suo nuovo disturbo. Ma indovinate cosa fa se io entro in bagno mentre lei è lì assisa sul trono? Sta con le mani giunte, la testa incassata nelle spalle, le labbra si muovono incessantemente in un sussurro: prega… Santo cielo, ma proprio in gabinetto??? E’ vero che chi crede sostiene che Dio sia ovunque, ma il bagno non è uno dei luoghi preposti alla meditazione, odori e rumori ammorbano l’aria, non si tratta esattamente del profumo d’incenso o delle candele. Lei è implacabile, calcolando una media di cinque minuti a permanenza moltiplicati per le settanta volte giornaliere in cui varca questa soglia, fanno quasi sei ore in cui, oltre a colloquiare con il divino tra gli afrori corporali, occupa il locale destinato alle necessità fisiche di tutta la famiglia. Questa cosa secondo me lei la sa benissimo anche se fa finta di niente, oltretutto in questa casa al lago dove dovremmo rilassarci, parola grossa, ci siamo alternando io, quella santa donna della badante, mio figlio, mio nipote e una coppia di amici che sono qui a farmi compagnia e sostenermi moralmente nell’affrontare il male di mia mamma, che nel corso degli anni ha cambiato abito più volte: esaurimento nervoso, depressione, inizio di demenza senile, probabile malattia di Alzheimer oppure recrudescenza della depressione condita da parkinsonismo, insomma un bel menù insaporito anche da un piccolo infarto, un ictus, e la rottura del femore, della serie non facciamoci mancare nulla. Però, tornando al bagno, già noi ce lo contendiamo in situazioni di norma, figuriamoci se lei lo usa per pregare… Oltretutto secondo me prima di sera avrà esaurito tutte le sue conoscenze in fatto di catechesi, rosari, salmi e giaculatorie, ma poi chissà cosa pregherà. Come Picasso ha attraversato il periodo blu, quello rosa, il cubismo e il surrealismo, lei in ordine progressivo ha affrontato il cattolicesimo, il buddismo mescolato ad altre discipline orientali, senza tralasciare l’occultismo e il feng shui, saltellando allegramente tra monoteismo, politeismo e panteismo. Poi quando esce dal bagno mi squadra con aria perentoria: “Stai diritta! Se no diventerai gobba!” Me lo dice da tutta la vita ed è anche vero, ho il dorso curvo, ma come si fa a reggere indenni pesi di questa natura? Non sono mica Atlante… Comunque per finire il discorso dopo la partenza di una buona dose di ospiti lei ha ridimensionato il flusso della kamasutriana pioggia d’oro e a volte ora prega anche sul balcone, comodamente seduta in poltrona, così noi abbiamo di nuovo il bagno libero.

MARIA PACHER

foto Luca Chisté

8. Marisaaaaaaa

C’è chi ride per dimenticare, ma non è il mio caso.

Avevo diciott’anni appena quando vidi per la prima volta Marisa: bellina che era nel suo vestitino a fiorellini! Un ‘omo certe cose un po’ ‘un le guarda e un po’ ‘un le tiene a mente se una ragazza ‘un gli piace sul serio… Era un po’ piccina, ma a me mi garbò subito. Pensai che se l’avessi chiesto di venire a mangiare un gelato, la su’ mamma ‘un ce l’avrebbe mia mandata e allora sarebbe finito tutto prima di cominciare.

Decisi di chiederle di venire a fa’ una passeggiata, così, per conoscersi un po’. In fondo facevo canottaggio e gl’ero un bel ragazzo anch’io: ero siuro che di “no”, ‘un me l’avrebbe detto. O meglio: più che altro ci speravo e cercavo di convincimene. Sai che figura, poi, con l’amici a raccontare che una di tredic’anni m’aveva rifiutato una girata. Quando m’avvicinai e glielo chiesi lei disse di “sì”: bastava un’allontanassi troppo dalle su’cugine. Così salimmo su una ‘ollinetta in fondo al prato e dopo qualche discorso un po’ impacciato, decidemmo di rivedessi a breve.
Ci demmo appuntamento lì, vicino a quell’albero dove m’aveva lasciato correndo via di furia per ritornare a casa. Furono 4 giorni che mi sembrarono lunghi una settimana. Il pomeriggio concordato, cominciai a sentimmi in ritardo un’ora prima dell’appuntamento. Mi girai le cuciture delle maniche della maglietta bianca per assomigliare a’ divi del cinematografo e mentre salivo in bicicletta su pe’ l’erba, masticavo qualche foglia di menta perché, dentro di me, avevo deciso di bacialla! Un potevo rischià che s’innamorasse di qualcun’altro prima d’avella rivista.
Quando mi raggiunse sorrideva: aveva le gote rosse pe’ la salita a piedi e due trecce che gli scendevano dietro le spalle.

Ci sedemmo, chiacchierammo un po’; le feci una coroncina di margherite da mettere in testa, infilandone una dentro un’altra, come vedevo fa’ alla mi’sorella con le sue amiche quando si scambiavano ‘onfidenze. Poi lei rise più sonoramente d’altre volte ad una delle tante bischerate che dicevo per fa’ colpo e così provai a avvicinammi per sfiorarle le labbra.

Marisa s’arzò di scatto che pareva avesse visto i’ Diavolo in persona! Iniziò a correr giù, a rotta di ‘ollo, quella ‘ollinetta che neanche le motrici a vapore. Nella ‘oncitazione dello scappare da me, prese una selciatella diversa da quella da dove era venuta e tutto d’un tratto piombò sul filo spinato di una staccionata di recinzione pe’ l’animali: ci mancò poo che lo sradicasse da’ pali.
Da lontano la vidi andà giù come una pera ‘otta e pensai che si dovesse esse fatta un male tremendo; ma, mentre mi precipitavo a soccorrerla, la vidi rialzassi, guardassi le ‘osce tutte graffiate e ripartire col cipiglio di chi volesse andà da me il più lontano possibile.
Sono passati esattamente un monte d’anni da quella vorta lì. Il primo bacio ce l’ho fatta a daglielo. E dopo glien’ho dati parecchi altri, tanto che quando ci siamo sposati, s’aspettava già un figliolo. Io e Marisa siamo ancora insieme. Ora mi dice ogni poino che m’ama. Io gli ripeto che lo so, che un c’è bisogno di dimmelo di ‘ontinuo: lo diano tutte le ‘ose che fa per me dalla mattina alla sera. Ma lei ribatte che è pe’ tutte le volte che un me l’ha detto quando me lo potevo riordà e allora… me lo ripete. E io, la mattina, anche quando l’ho sdraiata accanto nel letto e so dove trovalla, la prima parola che strillo appena mi sveglio pe’ chiamalla è: “MARISAAAAAAAAA”!

GLORIANA VENTURINI

foto Luca Chisté

9. I fissati

Suono il campanello con un’ amara certezza: mio papà non ci sarà. È fuori da anni nel senso che è fuori di testa da parecchio tempo, ormai.

Andare a trovarlo è piuttosto un andare a perderlo perché significa affacciarsi sulle sconfinate lontananze dove lui dimora. Mia sorella non ci trova nulla di insostenibile e si destreggia con la grazia di un funambolo tra canti della montagna, tabelline e proverbi trentini. Io sono molto più maldestra nel guadare il torrente dell’ oblio e spesso poggio il piede sull’argomento sbagliato e rimango risucchiata nei gorghi della dimenticanza. In quei casi papà sfodera il suo ” perché non posso andare a casa?” con tale titanica insistenza che il mio gracile “perché sei già a casa” soccombe subito. Oggi, penso, non sarà diverso e invece noto immediatamente che qualcosa di diverso…c’è.

Rita, la bionda e dolcissima badante nota per le sue sontuose acconciature di statuaria compostezza mi apre la porta scarmigliata, in pigiama e con un bavaglio davanti alla bocca. Penso subito si tratti d’un influenza e che Rita voglia schermare papà dal contagio.

Niente di più sbagliato.

Rita mi spiega che il bavaglio le serve per schermarsi dai veleni che chi vuole ucciderla spruzza in casa, che indossa il pigiama perché è l’ unico indumento che chi vuole ucciderla non è riuscito a contaminare e che parla con me di tutta la faccenda con una certa difficoltà perché chi vuole ucciderla…sono io.

Resto di sasso mentre affonda, come un relitto, la mia ultima rassicurante convinzione e cioè che tra badante e badato ci sia sempre una ragguardevole differenza in termini di lucidità mentale. Un giorno mi spiegheranno che è un caso di ordinaria amministrazione che una badante di straordinaria disponibilità vada in burn out per i troppi straordinari. Quel giorno capirò che ho sbagliato a dare la badante per scontata o perlomeno ho sbagliato ad accettare l’ offerta straordinaria di badanti di un paese in guerra.

Ma adesso no. Adesso sprofondo nella mia costernazione e mi siedo, come Rita e come papà. Ed eccoci qua seduti in salotto come tre disertori dell’ inquieto vivere, come tre persone che si rifiutano di affannarsi oltre per capire come vadano le cose al di là dei loro pensieri. Il telefono fisso in corridoio si mette a suonare ma nessuno di noi va a rispondere.

Io sono fissa nell’ ansia di perdere la badante, Rita è fissa nell’ ansia di perdere la vita e papà è fisso nell’ ansia di perdere la corriera che lo riporterà a casa. Il telefono, intanto, continua  a suonare, a pressarci, a sventolarci davanti la necessità d’interrompere i nostri pensieri per andare a sentire cosa dice il mondo là fuori.

Ma noi non vogliamo cedere. È una specie di duello tra telefono e uomo, tra fisso e fissati. E vinceremo noi, i fissati.

ALESSANDRA ABRAM

foto Luca Chisté

10. Aiuto reciproco

Il terremoto che ha colpito l’Italia centrale ha stravolto le nostre vite.

Paura, ansia, precarietà, insicurezza hanno fatto da padrone, su tutti, nessuno escluso. Le persone con demenza hanno vissuto un dramma nel dramma. Come ogni aspetto della vita però c’è sempre il doppio lato, “l’esistenza è una gioia e un dolore diceva zia Lidia”, nella tragedia abbiamo vissuto episodi differenti, alcuni decisamente molto tristi, altri umoristici, questo è uno dei tanti che ci hanno fatto sorridere.

Nel cuore della distruzione a Camerino c’è un Diurno per persone fragili il cui edifico è miracolosamente intatto. Chiuso solo per due giorni per controlli, ha riaperto il 2 novembre 2016 gli operatori, anche loro disorientati ed impauriti, si sono trovati a gestire oltre alle consuete problematiche anche quella di una paura “immagazzinata” impossibile da elaborare. Le scosse anche se di grado moderato erano tante (fino a 200 al giorno), le persone con demenza al tremore chiedevano spaventate ogni volta cosa fosse così abbiamo pensato di rispondere sempre allo stesso modo: “Tranquilli è un camion che sta passando qui sotto….” cosa impossibile perché ripeto ancora oggi intorno sono solo macerie e distruzione.

Ma loro ci credevano e si calmavano. Dopo la 20esima scossa nello stesso giorno una signora esasperata in dialetto maceratese disse: “eh pozza pijatte un gorbu, tutti sti camion fasenata ogghi suscij ….?” Tradotto “possa prenderti un accidente tutti i camion passano qui oggi?”
Il 18 gennaio 2017 ci fu una scossa superiore alle solite di magnitudo 4,6, le persone stavano facendo pranzo, nell’immediatezza della scossa che è stata abbastanza lunga, la responsabile e l’OSS si sono subite guardate ed alzate per aprire la porta di sicurezza, ma la voce quasi in coro simultaneo degli ospiti le ha fermate: “tranquille, cocche, non ve spaventate è solo un camion.”

Ps Da noi cocca è come dire tesoro…

foto Luca Chisté

11. Lina

Lina è una signora di 88 anni che vive a San Severino ed è molto religiosa. Ogni mattina al Centro Diurno dispensa immagini di Madonnine e riferisce che la sera prima è stata ad una messa celebrata da 5 preti (su TV2000). L’anno scorso Lina è stata all’Alzheimer Fest , al ritorno, alla domanda della figlia che le chiedeva come fosse andata, ha risposto: _ “ Tantu vè, c’erano tutte perso’ gentili, c’era pure uno che non s’è tortu mai lu cappellu (Michele Farina). Lassù è tutto diverso da San Severì (San Severino): a San Severì apri la porta con la chiave, lassù le porte se apre con un pezzettu de carta. A San Severì pe lavatte le ma’ apri lu rubinettu (per lavarti le mani apri il rubinetto), lassù no… non se come fa a scappa l’acqua… fortuna ste vardasce (ragazze) che m’ha mparato che dovio mette le ma sotto la cannella e po scappava l’acqua e dopo un po’ se stutava (chiudeva). Ste cose non l’agghio (ho) viste mai. L’ho nvitati tutti a venì a San Severì che c’è na bella piazza anche quillu (quello) co lu (con il) cappellu che adè (è) simpaticu e luccava (parlava forte) sempre . Alla domanda fatta pochi giorni fa: “Lina quest’anno torni con noi all’Alzheimer Fest?” Lina: “ non so che adè (non so cosa sia) però sci cocche me gusteria tanto scappà con vojaltri (mi piacerebbe tanto andare fuori con voi), co vojaltri vengo dappertutto perché sete braa gente”.
EMANUELA BERARDINELLI

 

12. Dove sono le galline?

Siamo nel 1995 e questa è la storia di un imprinting professionale, di una giovane infermiera fresca di studi al suo primo posto di lavoro e di una Casa di Riposo di Besana Brianza, in cui l’idea di un nucleo per malati di Alzheimer non è ancora arrivata…. ah dimenticavo… La giovane infermiera sono io e tutto quello che vi racconterò è realmente accaduto.

A mia parziale discolpa e nel tentativo, spero non vano, di suscitare un po’ di benevolenza, tengo a precisare che lo spiccato senso dell’umorismo che è da sempre parte innata del mio agire quotidiano, non ha mai inficiato l’attenzione e la cura verso i miei Ospiti.

Veniamo però a noi… Avendo vinto, appena preso il diploma da infermiera, il concorso in Casa di Riposo mi sono trovata assegnata al nucleo terzo B/C.

30 ospiti, perlopiù donne, tutti con varie forme di demenza, ma prevalentemente Alzheimer. Il nucleo tutto era tranne che protetto, l’animazione la facevamo noi mettendo un po’ di musica o cantando e le terapie non farmacologiche (cardine degli interventi attuali) non si sapeva nemmeno cosa fossero, ma certo, per come la pensavamo allora,  probabilmente avremmo detto servissero a poco. Ancora mi ricordo tutti i nomi delle mie Ospiti. C’era la Carla, che in gioventù aveva lavorato alle Poste del paese e si diceva avesse aiutato tanta gente, ma che ora parlava solo in dialetto. Si sedeva al tavolo in salone, allungava il braccio indicando il pavimento con la mano spalancata ed esclamando “Ghe chi i gajin che giren!!” “In dua a in i gajin?” le dicevo sempre, allora si spazientiva e mi rispondeva “in lì, te vedet no??”… e poi ripiombava nel suo silenzio, con quello sguardo attonito, quasi sopraffatta dai rumori e dalle voci degli altri ospiti. Ma quando all’improvviso tornava la calma: “55!!” esclamava a gran voce.. Non ho mai capito cosa volesse dirci gridando quei numeri alla rinfusa, ma confesso che un paio di volte le sue uscite me le sono giocata.

Poi c’era Ancilla, che non usciva da quel letto almeno da 2 anni e che ogni sera alle 19,00 attaccava con la solita storia “Infermeraaaa! Infermeraaaa!!!! Ciamüm el Prêt ca sunt ‘dre a murì”  E lì non resistevo proprio, afferravo il telecomando del letto a mo di telefono, fingevo di comporre il numero e intanto le dicevo “Ancilla, io te lo chiamo il Prete, ma tu sei sicura? Non è che poi facciamo la figura dell’altra sera, che è venuto qui per niente?” allora mi fissava incerta e timorosa “…no…sunt minga sigüra..” Penso che solo l’idea di fare brutta figura davanti al Prete la facesse sopravvivere sera dopo sera…

E poi la Teresina, col suo accento del sud, una treccia di capelli grigi a incorniciare un viso scarno e l’immancabile pigiamone sotto il vestito, che il personale aveva iniziato a metterle dopo che per un paio di volte aveva scambiato il cestino della sala per il water.  Insomma, l’idea del bagno era proprio la sua fissa, tanto che almeno due volte per turno si infilava nell’ascensore, convita che fossero i servizi. Per trovarla era sufficiente però premere il pulsante d’apertura ed eccola lì la Teresina che ci fissava infastidita e restando ancora per qualche istante accovacciata, ci rimbrottava “Che vulite? Aggia fa nu pic d’acqua”…

MARUSCA BIANCO

 

13. Nel bosco con i Tre Moschettieri

“Ma che bello il tuo albero! Sembra di stare nel bosco…” Sono la quarta di tre in questo pomeriggio. Tre pare sia il numero perfetto. E io sono la quarta. Il quarto elemento. Loro, in tre, sono legati. Non lo sanno dire. Ma lo percepiscono anche se non comprendono esattamente cosa sia. Io lo avvertirò strada facendo. Passo dopo passo. Strato dopo strato. Segno dopo segno. Colore dopo colore. Mi sento come un filo che li avvolge e che risuona la loro emozione. Sposto il tavolone di lavoro vicino all’armadio. E’ dalla parte opposta rispetto al solito. Ma oggi c’è il sole. E il sole entra negli occhi di Carlo. Di Guido. E di Pinuccio. Così portiamo la nostra base, concretamente presente sotto di noi, in una parte della stanza in cui non siamo mai stati. Ci sarà qualcosa da esplorare? Magari qualcosa di nuovo? Una sorpresa? Forse nulla. O no? Iniziamo noi quattro. Non abbiamo paura. Oggi la luce ci investe con la sua energia vitale. Ci mettiamo al riparo per non farci acciecare, ma sufficientemente inondati da permetterci di vedere. Vedere…vedere. Vedere! Pinuccio non vede molto bene con gli occhi. Vede col cuore. Sì! Ha allenato il suo motore vitale perché lo aiuti a sentire i colori del mondo. Si sta facendo un pomeriggio diverso….Davanti a me c’è Guido. Alla mia sinistra Carlo. A destra Pinuccio. Traccio una forma chiusa sul cartoncino col pastello verde. Pinuccio inizia a colorare. Dentro e fuori. E’ il suo movimento interno, il suo manifestarsi in quell’istante, il suo essere fatto di natura, il suo uscire autenticamente reale. Aggiungiamo colori. Forme. Parole sussurrate. Piano. Inconsciamente col timore di disturbare gli altri. E di distogliere i vicini cuori dal loro ritmo, il costante battito, e uscire dal tempo, nello spazio…per stare nel momento dell’ora. Del qui. Del noi. Noi come cerchio. In cerchio. Siamo in cerchio. Il nostro cerchio un po’ sbilenco, un po’ astratto. Ma protetto verso di noi come un castello a difenderci da tutto ciò che fuori può minacciare il procedere dell’anima, in un continuum del fare. Del creare. Dell’essere. Dell’esserci. Arriviamo alla fine del nostro pomeriggio. Così presento ad ognuno la propria immagine creata. Faccio da specchio che rimanda la loro presenza. Viva. Vera. Concreta. Riconoscibile. Lodabile in ogni sfumatura, mancanza, buco e saturazione. “Ma che bello il tuo albero! Sembra di stare nel bosco…” Apro gli occhi. I miei occhi interni. Mi sveglia questa voce. E’ quella di Carlo. Limpida. Chiara. Ogni parola scandita perfettamente. Lucida. Vera. Potente. Gravitazionale. I suoi occhi brillano. E non è solo merito del sole. Carlo si è emozionato nel guardare il disegno di Pinuccio. Nel farlo entrare in sé. Nel farsi abbracciare dai colori. Mi sembra spunti una lacrima dalle sue ciglia. O forse sono i miei occhi che si stanno immergendo in un lago incantato? Guardo l’immagine di Pinuccio. Sono enormi macchie di colori diversi. E vibrano. Parlano. Raccontano una storia, frasi, parole, o forse semplicemente cantano le sue emozioni. Il tema pensato era l’albero. Ma nessuno lo aveva udito. Nessuno. Nessun orecchio. Nessuna bocca. Nessun occhio. Chi poteva immaginarlo allora? Chi? Il cuore di Carlo! Le sue emozioni a colori hanno sfiorato i tasti del sentire. Pizzicati e carezzati come fossero le corde colorate di un’arpa segreta, sollecitate a uscire, manifestate col suono. La profondità dell’anima fa uscire allo scoperto i sentimenti più veri. Li butta fuori senza filtri. Naturali e puri. A volte crudi. Ma sinceri nella loro natura. Carlo ha provato una buona sensazione che ha contattato una sua parte interna positiva e resiliente e gli ha permesso di vedere l’albero riposto in Pinuccio. La vita. L’aria. L’ossigeno. I frutti. Le foglie. Il tronco. Il suo corpo. Le radici. Le sue fondamenta. La stabilità. E questa sicurezza del momento lo ha portato poi nel bosco. Nel bosco con tanti alberi. Esseri viventi. Amici. Presenze intorno e con lui. E ne ha tratto beneficio. La sua richiesta successiva è stata quella di voler disegnare un bosco, la volta prossima. Sono la quarta di tre oggi nel bosco. Esco da me. E mi sto guardando. Ho gli occhi rotondi e giganti. Devo dilatarli il più possibile per contenere e accogliere tutto quanto sta accadendo. E’ una magia. O è l’amore per la vita? Deve essere l’amore per la vita. E’ l’amore per la vita che ci permette di sentire quando siamo ciechi, di vedere ciò che non si rivela agli occhi, di accettarlo, di tenerlo stretto, di urlarlo e di volerlo! La prossima volta Carlo! Certo. Assolutamente la prossima volta sarà così! Ci prenderemo tutti i pezzi di vita che vogliamo, costruiremo una strada, un muretto, un tronco, una casa, un castello, un prato, un sentiero, un cielo. La prossima volta. Sarò vostra compagna di viaggio per uscire dall’esilio. Sarò vostra testimone ogni volta che ci sarà bisogno di un ritorno. Coraggio, andiamo nel bosco Tre Moschettieri! Oggi porterò io le vostre armature…

RAFFAELLA FONTANA, arte terapeuta

foto Luca Chisté

14. Arriva un bastimento carico di…

Nel nostro centro non ci si può certo annoiare… Durante le attività quotidiane spesso si registrano veri e propri “fuori programma” decisamente divertenti.

Un giorno, subito dopo l’attività del mattino, prima della “pausa caffè”, stavamo chiacchierando con gli ospiti quando, inaspettatamente, la signora E. (notoriamente loquace e socievole), ricontattando il ricordo di quando andava in montagna e si godeva la compagnia dei suoi amici e le risate e cantate fino a notte tarda, ci lancia una proposta: “Perché, in questo albergo non giochiamo qualche volta al ‘bastimento carico di…’?”. (E. ama venire al Centro anche perché è convinta di essere perennemente in villeggiatura e di trovarsi in un albergo dove elogia l’organizzazione e il trattamento esclusivo riservato ai clienti).

La guardiamo un po’ incuriositi, le chiediamo di che gioco si tratti e lei ce lo spiega, meravigliata del fatto che ci sia bisogno di dover illustrare un intrattenimento per lei così ovvio e scontato. “Ma come, in questo albergo non avete mai giocato al bastimento?” e ride di gusto. “Allora, io adesso penso a una parola, non ve la dico, e voi dovete farmi delle domande per riuscire a indovinarla”.
Parte il gioco e le domande si fanno sempre più serrate: “…E’ una cosa? …Un animale? …E’ grande? …E’ piccolo? …Si compra? …Sta all’aperto o al chiuso? …” – “No, no…acqua…acqua…” – risponde divertita e ci incalza – “Dai, vi arrendete? Vi arrendete? Ve lo dico?”. Ormai è una vera e propria sfida! “E’ un uomo?” le chiediamo e otteniamo per tutta risposta: “Può essere un uomo, ma anche una donna!” E capiamo di essere sempre più fuori rotta. “Come è possibile? Stai allora pensando a una qualità che possono avere le persone in generale?” – E. scuote sempre la testa – “Una qualità proprio non direi…” e ride. “E’ una professione?” – “Ma che professione! Per fortuna no!” – altra risata contagiosa.

Continuiamo a pressarla con domande sempre più specifiche senza azzeccare la risposta giusta. Lei sempre più divertita ci suggerisce di arrenderci, desiderosa di svelarci la parola segreta.
Sfiniti e veramente prossimi a gettare la spugna le chiediamo infine: “Senti, puoi almeno suggerirci se è una persona che conosciamo o potremmo conoscere? Altra risata di E.: “Eh, come faccio a saperlo… quel tipo di persona si trova un po’ ovunque!” Dopo questa ultima risposta ci arrendiamo davvero!

“Allora vi arrendete? Ve lo dico?… Non era difficile… ho pensato a un PIRLA!!! ” e ride di gusto contagiandoci con la sua simpatia. Da quel giorno il “bastimento” è stato più volte riproposto, spesso a grande richiesta della signora, che non manca mai di candidarsi volontaria per pensare le parole, sforzandosi di trovare le più assurde e inimmaginabili, abbastanza consapevole che, prima o poi, alzeremo bandiera bianca e dovrà essere lei a svelarci il vocabolo introvabile.
CENTRO DIURNO ALZHEIMER, Il Nuovo Solco, via Molise, Monza

 

15. La Signorina Guainazzi

Giuseppina Guainazzi era una anziana signorina (zitella) di 90 anni che viveva al secondo piano del palazzo grigio in via San Gimignano 4 a Milano, una zona medio borghese della periferia della città. Quando la conobbi era il 1977, avevo 7 anni e la vedevo come la mia nonna adottiva, considerato che i miei due unici nonni viventi abitavano lontani.

Pur considerandola una di famiglia, le davo del “lei” chiamandola sempre Signorina Guainazzi. Era esile, quasi trasparente, al limite dell’anoressia, ma non era magra per vezzi estetici o per problemi esistenziali, quanto perché era solita mangiare sempre le solite poche cose, quelle che costavano di meno. Era una grande risparmiatrice, o una “tirchia” come dicevano tutti. Trascorrevo con lei molti pomeriggi dopo aver finito i compiti di scuola.

Mi preparava la merenda fatta sempre di un formaggino spalmabile e di un frutto che lavava attentamente per farmi mangiare anche la buccia, che conteneva le vitamine per farmi crescere bene. Finita la merenda e dopo avere sistemato il tavolo della cucina, ingombro di tutto quello che lei gelosamente conservava: lettere, buste, carte, sacchetti, pezzi di corda, elastici, mollette e altre strane cianfrusaglie, ci spostavamo nel salotto arredato in puro stile barocco anni 40 con mobili di legno massiccio, ghirigori estetici e innumerevoli cassettini chiusi quasi tutti con serrature di sicurezza. Ogni giorno me ne apriva uno per farmi vedere ciò che conteneva, con la promessa che io non rivelassi a nessuno quello che scoprivo ogni volta. Era il nostro segreto.

Mi piaceva guardarla mentre sceglieva il cassettino da aprire. Ogni volta era uno diverso. Lo faceva con grande solennità, sembrava che ci fosse un senso preciso in quella scelta che solo lei sapeva qual era. Prima di aprirlo, lustrava la chiavetta con il suo fazzoletto di cotone nascosto nella manica del golfino che indossava e dopo diverse mandate date alla chiave, finalmente potevo vedere quanto quel giorno mi era stato riservato di scoprire. Erano quasi sempre plichi di carta più volte piegati, impacchettati e tenuti insieme da nastri e corde riciclati rigorosamente conservati per poterli riutilizzare. Non mi era concesso di leggere il contenuto di quelle carte ma l’emozione di aprire un cassetto così carico di segreti mi meravigliava ogni volta e ogni volta mi lasciava nella curiosità di quello che avrei potuto trovare il giorno dopo. Era un gioco, segreto solo nostro, fatto per vincere la sua solitudine e per appagare il mio bisogno di “nonna”.

Un giorno tiepido di inizio primavera quando ero già pronta per andare da lei, la mamma mi fermò e con una scusa mi disse che aveva bisogno di me in casa. Non capii, ma obbedii.

Da quel giorno non rividi più la Signorina Guainazzi. Mi dissero che era partita per una lunga vacanza. Solo dopo molto tempo scoprii che era stata ricoverata all’ospizio perché gravemente malata di arteriosclerosi, la malattia dei vecchi. Piansi per tanti giorni. Non avevo più la mia nonna – Signorina Guainazzi – assiepatrice seriale o forse solo pioniera del ri-uso radical chic. Da lei ho imparato a chiudere sempre i cassettini, a piegare bene le carte a riutilizzare … il riutilizzabile. Mi verrà l’arteriosclerosi?

LUISA TAMANINI

foto Luca Chisté

16. E tu non ridere

Non ridevo così tanto da più di anno… Questa sera io e mio marito Dario eravamo seduti in salotto a vedere RAI 1. Durante le feste la normale programmazione  è sospesa, e in onda dopo il telegiornale c’è Techetechete, una rassegna di vecchi spezzoni RAI. Il momento clou è stato quando hanno trasmesso un segmento di Pronto Raffaella, il programma di metà anni ’80. Avevo dimenticato il gioco dei fagioli!

“Dario, guarda, il gioco in cui bisognava indovinare quanti fagioli c’erano nel vaso. Ricordi?” Ingenuamente, gli ho chiesto: “Ma secondo te, quanti erano…quanti erano i fagioli?”

Mio marito ci ha pensato un attimo, serio, e ha risposto serafico: “Mah, un ciglione, un ciglione e mezzo”.

Lo so molto bene, il neurologo me l’ha spiegato: si tratta di  un ulteriore aggravamento. Eppure…eppure non sono riuscita a trattenere una sana e dolce amara risata. E’ qualche mese ormai che le sue risposte non sono più coerenti. Lui però è convinto di rispondere a tono. O almeno, così sembra. Il termine tecnico è afasia fluente.

Ho immaginato (e forse è successo davvero, o così mi piace pensare) che Dario si girasse verso di me e replicasse ironico: “Anna, prendendo a prestito le parole di una canzone di Gaber, -E tu non ridere!-”.

Questo piccolo e isolato frammento domestico, ha avuto un effetto balsamico sul mio umore. L’ultimo anno non è stato facile. La condizione di Dario si aggrava più velocemente di quanto io riesca ad accettare. Eppure, quel breve momento liberatorio, quelle risate grasse e spontanee, mi hanno ricordato quello che in questa casa non è mai mancato in 42 anni di matrimonio, ovvero il buonumore, la leggerezza nell’affrontare le sfide più ardue. Persino questa.

Mio marito non è la sua malattia. Dario ha l’Alzheimer. Dario non è l’Alzheimer.

FEDERICO STEVAN

17. Mio nonno ha un super potere!

La mamma lo chiama con un nome strano, Alzh… Alzh e qualcosa… ma, adesso non ricordo! Ha un suono duro, sarà per quello che gli è entrato in testa, un po’ come i pidocchi, ma più dentro!

Dicono che è un male, ma, da quando ce l’ha, a me sembra che abbia un super potere. Adesso, quando tocca il culo a una signora che tutti i giorni va a casa sua e le dice “Bella sposa!”, invece di prendersi uno schiaffo, questa gli risponde “Gino, Gino!” e poi gli sorride.

VALENTINA RENIERI

18. Che Piedone

Arriviamo! Arriviamo.. un po’ di pazienza,” la mamma è pronta” urlo dal balcone, dobbiamo solo scendere le scale. Mario aspetta in macchina e pazientemente si accende un’altra sigaretta. Dò un sguardo ai bagagli, c’è tutto mi sembra, anzi, no! Caspita le medicine, stavo per dimenticare le scatolette verdi con su i giorni della settimana che metto sempre in un’antina della cucina nascoste dietro al servizio del thè, così che la mamma non le possa trovare. Altrimenti le care pastiglie passano magicamente dal lunedì mattina al mercoledì sera e le pillole del pomeriggio d’incanto spariscono… Ma ecco, tutto è pronto , si parte per il mare, la mamma è davvero felice, dai suoi occhi color nocciola sprizza una contentezza infinita. Poche cose, come sempre… il bagagliaio si riempie di vestiti, e cose per la casa, un po’ di spesa, un ventilatore e tanta gioia dentro il cuore, anche quest’anno riesco a portare la mamma al mare. Fa caldo, in macchina, fa caldo fuori. Finalmente arriviamo. La casa al mare è da sempre nel cuore della mamma. L’aveva comprata alcuni anni prima d’essere operata di tumore. Non l’ho mai vista piangere della sua malattia, l’aveva accettata e poi superata. Ora quest’altra malattia è forse peggio, si insinua nei ricordi e non le lascia armi per combatterla . Come sempre le prime ore dopo l’arrivo sono dedicate a faccende e pulizia; erba da tagliare, la veranda da spazzare, le sedie da tirar fuori dallo sgabuzzino, ma per la sera tutto è fatto. “Ma che enorme piedone, è entrato qualcuno!” sento esclamare la mamma mentre si china pensierosa ad osservare incredula un lastrone del vialetto: “ sarà almeno un 48, anzi, no un 50”.  Mi giro verso la novella signora in giallo e mi viene da ridere vedendo solo una grande macchia di unto “Ma cosa c’è da ridere” dice la mamma seria. ”Chissà di chi sarà?”.

Le giornate al mare sono un po’ tutte uguali; la mattina dopo la colazione si va in spiaggia, si ritorna a casa per il pranzo che si consuma al fresco in veranda. Il pomeriggio si ozia sulla sdraio, poi ancora spiaggia. Mario abbandonato sulla poltrona gialla in giardino con il suo pesante best seller tra le mani mi guarda e sorride nel sentire  “ Ma che enorme piedone”. E’ la mamma che prorompe mentre mangia una grossa pesca , poi incredula dice “sarà almeno un 48, anzi, no un 50, chissà di chi sarà?”.

La stessa sera di nuovo lungo il vialetto, tornando dal mare, la mamma si sofferma e perplessa osserva “ Ma che enorme piedone, non ne ho mai visto uno così…chissà di chi sarà?”. Che bella serata, vieni Mamma che ceniamo. ” Eccomi ! Ma hai visto che enorme piedone? sarà almeno un 48 no, un 50!”

Si continuò così per tutti i giorni e per tutte le volte che la mamma passava di là, ed ogni volta era come se fosse la prima . Sul suo volto sempre stampate sorpresa ed incredulità di fronte a quel mistero. Quello fu l’ultimo anno che la mamma poté venire con noi al mare. Ora quella macchia è sparita, ma ogni volta che sono lì mi ritorna in mente quel piedone… un “48 anzi no, di sicuro un 50”. Chissà di chi era.

ADRIANA TROTTA

 

19. Anche Romagna Mia ha l’Alzheimer?

E’ mattino presto, come sempre arriva l’animatore musicale e si appresta a preparare il suo materiale di lavoro; il corridoio attiguo alle stanze è ancora vuoto, ma Bice e Lucia si trovano già nel salone per le prove di canto e come sempre le loro voci si fanno già sentire, le due sono impegnate in un litigio per il posto a sedere durante l’animazione musicale, tra l’altro sono anche vicine di stanza, ma si percepiscono come vicine di casa e pertanto sempre in lite per ogni banalità.
Urlano, mentre gli altri ospiti presenti dormono ancora o sonnecchiano.

“Scusate, ma perché litigate? – domanda l’animatore.

“Mi tratta sempre a “pesci in faccia” quella cretina! – risponde Bice.

“Io non tengo pesci! Quella è proprio una scema! – urla Lucia.

E pensare che Lucia sembra quella più “presente” come testa!!! (in teoria).

Nel frattempo arriva l’infermiera, una tirocinante con poca esperienza nell’assistenza ai malati di Alzheimer e dice a Lucia: “Non urlare così, guarda che Bice ha l’Alzheimer!”
A questo punto Lucia, più indispettita che mai, si alza in piedi e urla con quanta più voce può:

“ Quella scema mi dà della cretina e ha pure l’Alzheimer?…… cosaaa? Tutto a lei date e io?” segue una parolaccia.

Non contenta Lucia si rivolge all’animatore: “Che cosa è quella parola che ha detto l’infermiera e  Bice dove la mette che non si vede?”

“Stai calma – spiega l’animatore – avere l’Alzheimer vuol dire avere una bella voce e la tua è migliore della sua, anche se lei si crede più importante”

Lucia si alza e dà un bacio all’animatore, Bice vede tutto ciò e la imita urlando:

“Viva quella cosa che io ho e tu, cretina non ce l’hai, ricordati che io facevo la cantante!”

L’animazione ha inizio con canti popolari e tutti cantano, anche Lucia e Bice cantano e sono sedute l’una accanto all’altra. Ma ecco che interviene Anna: “Anche Romagna mia” ha quella cosaaa … come si dice… l’Alzheimer?”

“Certo – risponde l’animatore – perché alzheimer vuol dire musica

“Che bello avere l’Alzheimer”: cantano tutti.

MENTORE DAOLIO

foto Luca Chisté

20. Ma come è diventato magro

Qualche mese fa siamo stati invitati a Trento per visitare i Palazzi della politica. Partiti da Castello con un bel gruppetto di residenti, arriviamo sul posto e rimaniamo incantati nel vedere le meravigliose opere di Depero.

Prima dell’incontro, dico al gruppo: “Mi raccomando, cerchiamo di non fare casino e comportiamoci bene”.

Entriamo. Seduti in cerchio sui divani in pelle bianca, diamo la mano ed elargiamo sorrisi.
Vicino a me è seduta Anna, che guardando un politico davanti a noi mi dice: “Madonna che magro che l’è deventà'”. Io chiedo: “Ma lo conosci?”.

“Uhh benissimo, ho cucinato per lui moltissime volte al Castello”.

Visto che Anna faceva la cuoca, le ho creduto. Quando arriva davanti ad Anna, il politico che lei ha visto così magro le chiede come si chiama, le dà la mano e la bacia.
Lei lo guarda incuriosita e  ad alta voce dice: “Magro e un po’ rincoglionito. Pensa che non el ma neanche conosesto, poreto el gavara’ l’Alzheimer”.

“Poveretto avrà l’Alzheimer”. E a quel punto Anna pronuncia il nome di un vecchio politico, ormai decaduto da moltissimi  anni! Svelato l’equivoco. Anna ha confuso il politico nuovo con quello vecchio dandogli, scusate la parola, del rincoglionito. Io arrossisco ma tutti scoppiamo in una fragorosa risata.

TERRY,  A.P.S.P. “Suor Agnese” Castello Tesino

 

21. Ma lei lavora in amministrazione?

I locali tinteggiati da poco sono quelli di un piccolo vecchio ospedale. Tra le facce grigie e annoiate della commissione invalidi, questa volta, la terza, spicca un volto occhialuto e sorridente. Che cosa c’è da ridere? Empatizzo immediatamente con gli zombi. Si comincia con un po’ di riscaldamento: fotocopie di fotocopie, fogli che passano da una mano all’altra, rapide occhiate, teste chine a scartabellare, scrivere, firmare. Poi le solite domande. Apparentemente innocue. Qualcuna facile. Come si chiama? “Giannino!”.

La voce è chiara e sicura. Vedo un bambino dietro un banco di scuola che risponde all’appello dando il meglio di sé per fare un’ottima impressione. Promosso! Poi le domande si fanno incalzanti. Difficili. Che giorno è oggi? A che piano siamo? Questa volta esita, non sa rispondere. Dove siamo? Una titubanza, un soffio di panico poi click! Ospedale.

É Rischiatutto: la parola senza articolo pronunciata con il tono dell’ovvietà tradisce appena una leggerissima insicurezza. Un brivido e poi scrosciano gli applausi: risposta esattaaa!
E qui succede qualcosa. Si sporge dalla sedia e sia avvicina il più possibile al suo interlocutore. I ruoli si invertono. Il tono è quello deciso di chi riveste un ruolo di comando: dall’altra parte del tavolo c’è un dipendente incompetente e piuttosto arrogante che ha bisogno di essere rimesso al proprio posto. Con fare deciso, severo, inquisitorio.

Ma lei (piccola pausa per dare enfasi) lavora qui in amminis(prtstr)trazione? No… Ma allora, che cazzo fai?!  Una doccia gelata piove sulla signora che rimane spiazzata, per un attimo impietrita, senza parole. Il sorriso canzonatorio si trasforma in una smorfia di imbarazzo. Potete andare. Io e Roberta ci guardiamo e cominciamo a ridere. Alle lacrime. Prendiamo sotto braccio il nostro campione e usciamo in trionfo.

SILVIA ROSA MARIA ANNA POZZI

 

22. Da giovane

Nucleo Alzheimer, S.Carlo del Trivulzio di Milano. Mi trovo con mia madre nella sala da pranzo. Siamo sedute al tavolo; insieme ad altre signore ricoverate; aspettando che gli inservienti distribuiscano il pasto di mezzogiorno. Mia madre tutta fiera, parlando di me e rivolgendosi alle sue amiche, dice:” Lei è mia mamma! E’ venuta a trovarmi!”.

Le amiche ci guardano attentamente … in particolare una signora mi dice: “L’ha avuta da giovane sua figlia!”…

Io le rispondo, senza contrastarla: ”Si, l’ho avuta da giovane”.

La signora ci guarda di nuovo… guarda mia madre molto attentamente… oi guarda di nuovo me…e mi dice: ”Complimenti signora… Complimenti!!!”.

SONIA AZZI

 

23. Cucina etnica

La mamma è morta ieri mattina presto, si è addormentata nel suo letto. Io, Roby e la sua fidanzata, con l’aiuto di una badante siamo riusciti a curarla a casa. Da più di tre anni non camminava; ultimamente era diventata uno scricciolo e accudirla non era certo un problema fisico. Non ha mai avuto una piaga. Ieri e oggi sono venute a farle visita moltissime persone del paese, parenti, amici miei e di Roby. Ognuno a suo modo ha voluto ricordare un pezzo di questi lunghi anni di malattia. Molti hanno ricordato anche le diverse badanti che si sono avvicendate. Mentre ascoltavo e guardavo il corpicino di mia madre ho pensato ai cambi ineludibili delle diverse cucine che ha dovuto sopportare per ogni badante.

La bresciana Maria veniva da mia madre nei primi tempi della malattia; mangiavano insieme e se ne andava alla sera. Cibo preferito: salame, pancetta, cotechino, patate e polenta.
Poi è arrivata Liuda, moldava, la prima a fermarsi dalla mamma anche di notte. Alimenti preferiti: funghi, patate, barbabietole, cavoli, cipolle e aglio, talora salciccia. Le ha dato il cambio Rose, filippina: “pappe” di pollo o maiale cotto con aglio, salsa di fegato e riso. Altre badanti, Valentina, Fatima, altri cibi, altre cucine. L’ultima è stata Nadia dal Marocco: piatto principale cuscus con manzo, agnello e pollo e poi spezie, spezie, spezie: cannella, cumino, zenzero, pepe nero, semi di anice e di sesamo, coriandolo, zafferano, menta e prezzemolo. Al sabato e alla domenica ho sempre cucinato io: pasta, bolliti, arrosti vari.
Sono passati undici anni da quando le è stata fatta diagnosi di demenza a corpi di Levy, quante “cucine tipiche” quel fisico minuscolo ha subito in questo lungo periodo.

Poco fa in Tv stavano dando un programma di regole di una buona alimentazione e la brava dottoressa intervistata recitava con sicumera che… la frutta secca fa bene, le banane contengono potassio, la carne bianca è meglio di quella rossa, i cavoli contendono antiossidanti. Certo cara, che belle cose che dici, quanto hai ragione!”

RENZO ROZZINI

24. Carta d’identità

Un pomeriggio di giugno di 3 anni fa, ero seduta sul divano del salotto quando sento alcuni rumori provenire dalla camera da letto. Mi alzo e con passo svelto mi avvicino alla porta. Vedo mio padre prendere qualcosa da un cassetto, metterselo in tasca e richiudere il cassetto. Poi lo vedo voltarsi verso la porta e all’improvviso inizia ad urlare. Assù Assù, chiamava mia madre – Assunta – a gran voce. Lo seguo finché non arriva in cucina. “Assù posso andare a chiedere i soldi al Comune con questa?” E mostra a mia madre il santino della Madonna di Capo Colonna scambiandola per la sua carta di identità.

E mia madre, con tono serio: “E come no! Ma portati anche Gesù Cristo, perché oggi per ricevere dei soldi ci vuole solo un miracolo. E ora, di corsa, tutti al Comune: io, tu, Gesù e la Madonna. E che il Dio ce la mandi buona!” Lezione appresa quel giorno: Nei momenti difficili, se puoi, sorridi alla vita!
FRANCESCA CORRADO 

25. Papà quando mi riporti in Sardegna

1970 – Per arrivare allora in Sardegna  bisognava  possedere il buon umore degli alpinisti, comprendere e sentire l’ambiente, gli aspetti di un paesaggio vario e ricco di profumi.

La nostra casa circondata da alberi da frutto, da ulivi, mirti, querce, aranci, limoni, dietro aveva a protezione una collina, che si profilava nel cielo, mentre davanti si apriva la vista sul mare. La mattina era il risveglio per tutti, nell’orto c’era il via vai di chi raccoglieva zucchine, cetrioli, peperoni, mentre io mi occupavo dei pomidoro, piselli e fagiolini.

Il papà provvedeva alle insalatine e al basilico; in quelle ore mattutine eravamo tutti tranquilli, la cucina nei periodi estivi diventava il laboratorio che trasformava al  meglio questi prodotti freschi che la terra ci regalava. Se l’animo era l’orto, il cuore era la cucina, il portico con un tavolone  di 7-8 metri poteva ospitare dalle 30 alle 40 persone e per papà era una grande emozione. L’aspetto della tavola, il sapore del cibo, l’abbondanza e la qualità determinavano l’anima dei commensali, che attraverso le loro origini  diverse riuscivano a contaminare i vari piatti.

Nonna Nella con il suo minestrone, fatto rigorosamente con le tagliatelle e la “mescola”, Gina, l’amica fidata , produceva in piena estate anche 100 bomboloni, fritture di pesce, il porceddu che scoppiettava nel grande camino esterno, occupava mio padre per ore ed ore come fosse davanti agli altiforni .

Questi sono i miei ricordi. Anni più tardi, quando gli chiedevo: “Papà,  mi riporti in Sardegna?”.
Lui mi rispondeva: “Sei matta, così lontano io non vado… Neanche in gioventù”.
LA GIACOMA

 

26. Maria stasera si butta

Maria ha sempre amato ballare. Ma tra le varie piroette che la vita propone, all’età di 74 anni ha iniziato a volteggiare con un partner molto originale: il “malefico Alzheimer”, come lo chiamava lei. Vedova da 32 anni, con due figli, non ha mai rinunciato alla sua passione, anche se molti mormoravano, che non era un comportamento appropriato, quello di uscire per andare a danzare, come se la felicità fosse una questione di età, come se in età adulta servisse cadere nella vita ordinaria e nelle abitudini tramandate da generazioni, per vivere con rettitudine. Gli stereotipi sono sempre duri a morire, ma lei aveva la testa più coriacea: non faceva proprio nulla di indecoroso, amava solamente volteggiare immersa nella musica. Per lei questo era irrinunciabile: qualche volta andava con amiche, e un tempo col marito, venuto a mancare troppo presto.
Nulla la poteva fermare, anzi la musica e il ballo, l’hanno aiutata a mitigare il dolore. Non seguiva la corrente popolare: certo ballava anche valzer e mazurke, ma con l’esplosione del rock ‘n roll ha trovato la sua vera dimensione. Da Elvis Presley con “Blues Suede shoes” ad Adriano Celentano, con “Il tuo bacio è come un rock”, ecco le canzoni che la entusiasmavano! Niente canzoni melense, solo tanto ritmo che scorreva nelle sue vene. Nel 1967, guardando la tv, è rimasta abbagliata da uno sconosciuto, tale Rocky Roberts, che presentava la sua canzone “Stasera mi butto”: un colpo di fulmine! Da quel momento divenne la sua canzone preferita.

Ogni volta che riconosceva le prime note della canzone, abbandonava quanto stava facendo per cantarla e ballarla. Ma Maria aveva un modo tutto suo di ballare, ancheggiando ripetutamente solo verso sinistra, e questo suo movimento le faceva nascere una smorfia sul viso, dalla parte destra della bocca, che la portava poi a ridere di gusto e questo contagiava tutti i presenti! Vederla mentre ballava era fantastico: riusciva a coinvolgere gli altri nella sua melodiosa, autentica felicità. Quando è arrivata in casa di riposo, “per fare fisioterapia” a seguito di una caduta che l’ha costretta quasi due mesi a letto, non riusciva a stare ferma. Il suo bisogno di muoversi a ritmo di musica era stato inibito e lei soffriva molto. La malattia non ha mai frenato il suo bisogno di esprimersi attraverso il ballo: per fortuna gli operatori se ne sono accorti. Quando finalmente, dopo il passaggio carrozzina e deambulatore, è riuscita a rimanere in piedi senza ausili, la prima cosa che ha chiesto è stato di poter ascoltare la sua canzone. Il suo modo di ballare, con tic, come lo chiamano gli operatori, è riuscito a mettere di buonumore tutto il reparto e chiunque partecipasse. Ha coinvolto addetti, ospiti e familiari: la spontaneità accompagnata dalla gioia liberatoria che trasmetteva, inondava l’ambiente e tutti provavano una sorta di magia benefica. Maria non faceva niente di speciale: ma nella letizia del ballo non ha mai rinunciato ad essere se stessa, libera, anche se con meno memoria e più difficoltà a trovare le parole, dato che “il malefico alzheimer” la stava assorbendo dentro di sé. Ma il suo modo originale di ballare e di ridere, quello no, non era riuscito a portarglielo via!

PAOLA M. TAUFER

 

27. Tortelli per sindacati

Due strade e un incrocio: stralci di vita quotidiana. Lucia: Io ho avuto tre figli, li ho allattati tutti e tre… Clara: Ecco, brava… Lucia: Li ho allattati tutti e tre…sono stata fortunata! Clara: Come Paolo…ancora dai sindacati vuoi andare?? Loro gli spiegano…puoi fare quello e quell’altro. Lucia: Anche mia figlia…che lavora sulle autostrade…ne vede di cotte e di crude! Clara: Sì! E poi gli ho detto…adesso vuoi mangiare o no? Eh sì…ha detto. Lucia: Ho fatto la pastasciutta, sì! Però a volte facciamo i tortelli con la zucca… Clara: Son buoni! Paolo ha detto…Mamma, ti aiuto anche io…fa ticchete ticchete…e poi dice…mamma, andiamo a casa! Lucia: Eh sì, alla fine i piatti son sempre puliti! Clara: Ah sì, quando sono tanti…arrivano anche i miei parenti. Ce l’ho detto io…i sindacati non devono venire a casa nostra! Lucia: Perbacco! Perché io ieri…sai cosa ho fatto? I tortelli con la zucca…ci metto dentro il formaggio…e le spezie. Clara: Ahah…E Paolo…la mamma l’ha fatto lavorare…poi son andata a prenderlo, con i soldini…eh sì! I sindacati devi pagarli! Lucia: Fanno la pensione…Lui, mio padre, aveva la pensione…A casa facevamo da mangiare…Gli preparavo la polenta col sugo, se no gli spaghetti, l’arrosto…ogni giorno si cambiava. Ma noi, per esempio, facciamo i tortelli con la zucca, il ripieno…I piatti son belli puliti…c’è da lavorare! Clara: Anche Paolo lo diceva! Di andare dai sindacati! Sempre qualcosa c’hanno… Lucia: Eh bella…quando c’è fame, c’è fame! A volte io faccio i tortelli con la zucca, l’umido…ai miei fratelli chiedo…cosa vi piace oggi? Se mi aiutate…facciamo! Clara: Mia mamma dice…meglio poche ma buone! Perché noi siamo tutti giovani…Paolo lo diceva…zia, mi vuoi bene? Poi abbiamo capito cosa dovevamo fare e siamo andati…dai?…Sindacati! Abitiamo vicini…mio papà mi ha detto…se hanno bisogno vengono. Lucia: Sì…Vengono a controllare se stiamo tutti bene. I sindacati…gli chiedo se vogliono stare lì a mangiare…Se va bene…noi oggi facciamo…i tortelli con la zucca! Clara: Allora…vengo anch’io!

SILVIA MASTROIANNI

 

28. Macedonia

Scrivo queste parole, consapevole del fatto che facciano solo sorridere…
Un pomeriggio ho preparato della macedonia con la frutta che era in casa, la sera, finita la cena, l’ho proposta al papà, che in gioventù ha vissuto una decina di anni in Brasile nella foresta Amazzonica;     quando gli ho porto la coppetta, ci ha guardato allibiti esclamando: “Sei sicura che sia macedonia? Perché io non l’ho mai vista così!”, al che ho chiesto “Perché di solito com’è?” “Beh, tonda, grossa e tutta intera!”

MARIA GRAZIA LORENZI

 

29. Barlunga

” LACHELN IST GESUND” ridere è salute, questa è una delle “perle” insegnatami da una signora che ho avuto la fortuna di aiutare. La risata ci ha permesso di comunicare, avvicinarci e semplicemente ridere. E lei? Bellissima si guarda allo specchio soddisfatta, fissa anche me e con un sorriso dice:

” Peccato che entrambe abbiamo lasciato le tette a casa” e mentre ancora ridiamo incalza la dose dicendo “mi ride anche la Barlunga”. Da allora è passato molto tempo ma sono certa che se avessi urlato ” Barlunghina” in mezzo a 1000 persone tu mi avresti sorriso.

E lui, scapolo d’oro che proprio all’Alzheimer Fest dell’anno scorso con molte donne intorno tutte vedove interrompe dicendo “sono le donne d’altronde che fanno morire prima gli uomini” . Silenzio di tomba appunto  e poi …fragorose risate e commenti.

E la signora tutta d’un pezzo? Seria e pacata la “Rottermaier  dei giorni nostri” che in privato si lascia prendere in giro e sfodera un autoironia pazzesca perché “qui siamo tutti matti e con piacere vedo che anche lei lo è”.

Aiutare, aiutarsi, ridere insieme con gusto nella quotidianità, in paese provandosi reggiseni enormi, sotto la doccia cantando canzoni assurde, insieme senza limiti di spazio e tempo.

Barlunghinaaaaaa ti penso e SORRIDO di gusto.

CORNELIA EBNER

 

30. Il paziente che non si mosse

Casa di riposo di Monza, interno giorno.

Una Oss va a chiamare il medico di turno: “Dottore, dovrebbe andare dal signor E, letto 15”.
Il dottore va e torna soddisfatto. Dice: “Tutto a posto. Gli ho fatto la puntura e non si è neanche mosso”.
La Oss, imbarazzata: “Per forza non si è mosso, dottore. L’abbiamo chiamata per il certificato di morte”.
ANONIMO OPERATORE

 

31. L’ora di Monet

Le note delle Variazioni Goldberg di Bach si diffondono sulla terrazza, i gabbiani volteggiano sfiorando tetti e ringhiere, il sole indugia sui capelli di lei. Occhi azzurri, capelli biondi, una bocca predisposta al sorriso, da dove arriva questa, si era chiesto Aurelio in ammirazione, quando l’aveva incontrata nel corridoio del liceo. Dopo che il preside l’aveva presentata a tutti i colleghi – Francesca Debenedetti, la nuova supplente di Storia dell’Arte –, che bel nome!, aveva commentato tra sé. Da quella stessa mattina aveva iniziato un corteggiamento quasi invisibile, fatto di silenzi e di sorrisi. Lei se lo ritrovava vicino negli intervalli, all’uscita da scuola, durante i consigli di classe, e ogni volta la sua presenza sembrava casuale. Non la interrogava con domande dirette sulla sua persona o sul suo tempo libero, ma solo riguardo a qualche artista o a qualche mostra. Si era accorta di desiderare le sue domande, le stava piacendo quel gioco seduttivo così mite e allusivo. Tanto che una volta le era venuto spontaneo chiedergli se fosse interessato alla mostra dell’Espressionismo tedesco, a Palazzo Ducale, e così erano andati a Genova a vederla. Lei ricorda spesso e con commozione, quando, verso la fine del pranzo, lui le aveva detto: questo chacchetrà, potresti berlo da un’anfora, come una dea greca. La sera stessa, prima dei saluti, era stata lei a prendere l’iniziativa di avvicinare le labbra alle sue. L’innamoramento aveva sconvolto come un ciclone buono la vita di Aurelio: di carattere riservato, con lei fin dalle prime volte si era aperto come un libro. Sentiva di potersi affidare alla sua sensibilità: se per caso o per gioco mentiva, lei se ne accorgeva subito. Un giorno lo aveva sorpreso con una frase di Hillman: le persone sono libri. 2 Sono seduti sulla terrazza della mansarda di Chiavari, all’ultimo piano di un elegante palazzo del primo dopoguerra, affacciato sulla piazza sottostante. Posizione da cui godono di una magnifica vista: a sinistra, in lontananza, si intravedono le luci silenziose di Sestri Levante e uno spicchio tremulo di mare; verso nord fanno corona allo sguardo le colline su cui appoggia Leivi e verso ovest si staglia la sagoma del Monte di Portofino che declina imponente verso il mare. Davvero vuoi che ti parli ancora di Monet?, gli risponde Francesca. Mi piace quando mi racconti di un pittore, dei suoi quadri, anche della sua vita, gli amori, le passioni… Bene, inizierò una lezione per il mio allievo prediletto.

Monet dipinse oltre trenta tele della Cattedrale di Rouen, ognuna secondo le variazioni della luce e delle tonalità cromatiche nell’arco della giornata. Nei suoi quadri i protagonisti diventano il colore e la luce, capaci di dare un’anima alle pietre della facciata gotica. Le case che si affacciano sulla piazza stanno brinandosi di un velo che ne addolcisce i contorni, e li ammanta di malinconia. Il sole si appresta con maestosa lentezza a rispettare la sua millenaria abitudine: disegnare un rigoroso arco nel cielo, specchiarsi nel golfo del Tigullio e scomparire dietro il Monte, tingendone d’oro il caratteristico profilo. La vista da quassù, commenta Francesca, favorisce la calma e il distacco. Certo, noi ci troviamo in alto sotto il cielo, nella posizione di chi sa di poter essere osservato solo dal sole, dalla luna e dalle stelle, e dai gabbiani. Questi uccelli vogliono farsi sentire ed emettono gridi rauchi e striduli, soprattutto all’alba e durante le ore del tramonto. Appena pronuncia la parola ‘tramonto’, una smorfia di preoccupazione attraversa il viso di Aurelio. Guarda, aveva proseguito lei, additandone alcuni, quando volano bassi e si avvicinano, è possibile intravederne il becco feroce e cogliere di sfuggita la fissità degli occhi, residui di preistoria. Di fronte alla terrazza si erge l’imponente struttura della Curia Vescovile. Brillante per tutta la durata del giorno, l’ocra continua nella sua incessante 3 metamorfosi ad assumere nuove sfumature: l’oro sembra perdere quel velo, splendente di giovinezza, quale potrebbe avere un monile appena creato, e gradualmente prendere su di sé una patina più vissuta, simile a quella di un gioiello di antica fattura. È arrivata L’ora di Monet. Così amano chiamare, nella loro mitologia privata, l’arco di tempo durante il quale si compie la metamorfosi della luce, così cara al pittore. Questa è una sequenza di momenti unici, come quelli fissati nelle tele della cattedrale. Lo sai che quando cambiava la luce, Monet cambiava la tela? È stato capace di imbrigliare la luce, commenta Aurelio che dalle parole di lei, dall’atmosfera in cui sono immersi e dalla musica si sente trasportato in un’altra dimensione. Scusa, chiede lei improvvisamente, che cosa stiamo ascoltando?

Lui per un lungo attimo si immobilizza, si riprende e le sorride: sono le Variazioni Goldberg suonate da Keith Jarrett. E si alza, si avvicina alla ringhiera e rivolge lo sguardo lontano, dandole le spalle. Una commozione improvvisa, che cerca di nascondere. Ho paura, si dice, che tutta la sua memoria possa diventare preda di una mercuriale evanescenza. Pensare che pochi giorni fa ho messo su Changeless, e lei pronta: questo è Keith Jarrett, vero? Noi riusciamo solo a vivere il rincorrersi del tempo, continua Francesca, quel tempo che Monet è stato capace di catturare sulle sue tele. Ma mentre il nostro piacere dura pochi minuti, può essere straniante ma effimero, la bellezza dei suoi dipinti, più passano gli anni, più il tempo li rende immortali. Ti piacerebbe andare a Rouen e immergerci nell’atmosfera dell’Impressionismo? Certo. Tu saresti perfetta su una tela di Monet. Grazie. Qualche donna l’ha dipinta, Donne in giardino e poi, famosissimo, La passeggiata, una donna leggiadra, vestita di bianco, con un ombrellino verde. Sai, io penso che un giorno questa terrazza comincerà a volare, sorvoleremo terre sconfinate e i paesaggi di Monet, guarderemo dall’alto i suoi fiori. Scusa, come si chiamano i fiori che hanno ispirato i suoi capolavori? Nymphéas, Francesca, sono le Nymphéas. Ma adesso ti rivelo un segreto, le sussurra: la nostra terrazza sta già volando. Ci sono momenti nella vita in cui ci illudiamo di essere potenti, quasi onnipotenti, il mondo gira su un asse perfetto e noi ci sentiamo gli artefici della felicità. Una notizia impossibile, un giorno arriva una notizia impossibile che ci schianta e ci sbatte in faccia la nostra impotenza. Il dolore è una pietra, la malattia un tradimento.

Ero annichilito mentre ascoltavo la diagnosi, ero anche infastidito, come quando non vuoi accettare una brutta notizia, la neghi, vorresti che fosse possibile scacciarla come si fa con un tafano insistente. Il medico ha detto: probabilmente è un principio di Alzheimer. Alzheimer? Oh, solo un principio, ha ribadito, come a minimizzare la gravità della notizia. Eppure di qualcosa mi ero accorto, ma avevo continuato a soffocare i segnali, a rimuovere le avvisaglie. I vuoti improvvisi, lo sguardo sorpreso e poi il suo Keith Jarrett, non lo riconosceva più, lei che dalle prime note sapeva dire il titolo di ogni composizione. La malattia è uno schiaffo improvviso, il dolore è un lungo viaggio dell’anima che trasforma le illusioni, spazza via le certezze, è la scoperta che il re è nudo, ti obbliga ad accettare il fascino maledetto della mancanza e a rifondare da capo il tuo piccolo universo. Siamo qui, aveva pensato Aurelio, stiamo procedendo così bene nelle nostre esistenze, e il medico mi dice che ha l’Alzheimer? Mi ha assalito il pensiero di subire un’ingiustizia, cioè di subirla io, l’ingiustizia.

Il medico l’ha detto alle cinque, so di aver guardato l’orologio, non lo dimenticherò mai. L’ora mi ha ricordato Garcia Lorca: Tarderà molto a nascere, se nasce… tarderà molto a nascere, se nasce, una donna così dolce, così pura, così delicata, così ricca d’intelligenza e umanità. Non volevo che si fosse ammalata, proprio lei, ancora così bella, ancora così amabile. Mi sono sentito annichilito, i desideri si sono contratti. Che cosa si può fare?, aveva chiesto al medico. Vivere situazioni tranquille e rilassanti, bagni tiepidi e bevande calde che possano favorire il riposo notturno. E poi? Ascoltare musica, aiuta molto. E poi ? Non avere fretta, utilizzare quando è possibile un linguaggio non verbale. E poi? Aumentare l’illuminazione, evitare eccessive zone d’ombra. È conosciuta come sindrome del tramonto o sindrome del sole calante, si manifesta con reazioni improvvise nelle ore del tramonto. Il medico alza le spalle rassegnato vedendo la mia espressione delusa. Aurelio, come stai?, mi chiede Francesca spesso, me lo chiede con dolcezza, nascondendo la preoccupazione, come se fossi io l’ammalato. Io penso che il tempo non sia uguale per tutti, aggiunge.

Noi dobbiamo cercare di vivere al meglio quello che la vita ancora ci concede: bisogna giocare il tempo. Giocare il tempo, mi ripeto, giocare il tempo… Lei continua nella sua riflessione di scintillante lucidità: inutile combattere contro il crόnοs, il tempo assoluto, oggettivo, scandito dall’orologio, che avanza implacabile. L’unica possibilità che abbiamo è allearsi con l’altro modo con cui i greci chiamavano il tempo, il kairós, il tempo soggettivo, intimo, dell’opportunità, che ci fa sentire in sintonia col mondo, il tempo dell’orologio individuale. Trasformare la nostre vite in una continua ricerca di occasioni, spiragli favorevoli, muoversi con la sensibilità animalesca del momento giusto. Lasciarci guidare dall’istinto di sopravvivenza, abbandonare per sempre la perfida invadenza della ragione. Vedere la vita con occhi nuovi, per comprendere insieme quello che ancora può darci, far lievitare giorno dopo giorno i ricordi come sorprese, dare un senso composto al dolore, tutto può diventare una conquista dell’amore. Questo mi dice Francesca. Possiamo anche inventare, prosegue, tutti gli uomini romanzano. Non preoccuparti se non ricorderò, se vedrai i vuoti incolmabili della mia memoria erosa, tu sai che arriveranno altri momenti in cui i ricordi sono presenti e benevoli, soprattutto quelli più lontani, i ricordi dalle ombre lunghe. Giocare il tempo: le sue parole hanno fatto sì che tutto me stesso – cervello, anima, cuore – entrasse in gioco. È iniziata la mia personale, a volte surrettizia, battaglia contro il crόnοs. E la grande alleanza con il kairós.

Quando lei mi parla in modo fedele e preciso del nostro primo incontro o quando commenta Monet, ecco, queste diventano occasioni imperdibili, sono i momenti di una felicità interstiziale, non meno intensi e pieni di quelli che ci hanno accompagnato nel corso delle nostre esistenze. Ora la luce è di colore giallo bruno, con qualche nuance color sabbia. Il giorno sta raggiungendo la sua ora più vespertina, è il miracolo dell’incontro con l’imbrunire. Gli ultimi raggi, che ancora illuminano la pancia delle nuvole, rendendone rossi e rosati i contorni sfrangiati, mettono in risalto per contrasto il profilo scuro del Monte. Questo tramonto ci fa diventare romantici, dice Francesca. Lui se ne ricorda all’improvviso, della sindrome del tramonto. Adesso sarebbe meglio rientrare, le dice. Lui la guarda, gli appare serena, indossa uno scialle azzurro con cui si protegge le spalle e il collo da una lieve brezza, più immaginaria che reale. Intanto il sole sta rallentato la sua parabola, forse per ascoltare le parole dei due innamorati. Manifesta la sua approvazione inviando un ultimo raggio che sfiora i capelli bianchi di lei e dipinge i loro visi come una delle cattedrali di Monet. Dopo l’immensità del crepuscolo, anche la terrazza è avvolta dal manto gigantesco del cielo della notte che, come d’abitudine, si farà accompagnare per tutta la durata del suo viaggio dalla vecchia carovana di fantasmi e nostalgie, lasciandosi illuminare da repertori di stelle delle quali è già possibile scorgere timidi bagliori.

LORENZO OGGERO

 

32. Noi ce la giochiamo

Lunedi: 17:30

Sono appena uscito del lavoro e sto per cominciare la mia gara di corsa giornaliera che mi porterà dal centro della città verso la periferia. L’obiettivo: arrivare in tempo per accogliere l’arrivo del pulmino che porta a casa la mia mamma dal Centro Diurno di Madrid per persone giovani malate di Alzheimer. La prima tappa scorre  lungo la  metropolitana. Scendo  le scale mobili una ad una poiché non ho tempo di fermarmi per farmi coccolare dal movimento automatico che ti porta verso i sotterranei. Destra, sinistra, mi infilo tra quelli che hanno meno  fretta di me. Sempre pronto a partire di corsa ne1l caso che nell’avvicinarmi al binario sentissi il sibilo del serpente di ferro che fa la sua entrata trionfale in stazione. Oggi, come solito, non c’è nessun posto libero ma tra la  folla  riesco ad  appoggiarmi  nell’angolo vicino  alle  porte, rilassarmi e diminuire un po’ l’attenzione. Metto Ie cuffie per ascoltare Por Entoncesdi Shuga&Loren:“…Lavitaecomeilgiocodell’oca,simuoreperchétitocca,nullacambiasetuseiduro come una roccia…”. Penso a mia mamma, alla partita di ieri sera allo stadio Santiago Bernabéu. Mai si era comportata in quel modo: dieci anni sugli spalti tifando il Real  e ieri,  per la  prima volta, al fischio dell’arbitro per un fallo si e alzata come una bestia ed ha urlato “figlio di puttana!!!” Ci ha messo in fuori gioco a me e mio papà, ci siamo guardati stupiti e vergognati tentando di farla sedere e calmarla; intanto la gente ci  guardava. Dopo  una  dura giornata, rendersi conto del progredire della sua malattia non aiuta affatto e lo sconforto mi piove addosso.

Assorto nei miei pensieri, per poco mi dimentico di scendere alla stazione di casa; di nuovo le scale mobili che adesso sono in salita e mi riportano verso la luce, le affronto a due a due. Esco fuori e mi infilo verso la via di casa ed ecco, suona il cellulare, e mio papà: “Dove sei? Il pulmino è di fronte a casa che aspetta, mi hanno chiamato”. “Sto  arrivando,  quasi ci sono” rispondo io con il cuore che mi batte forte dallo sforzo.  Metto giù. Arrivo,  prendo in consegna mia mamma ed entriamo nell’ascensore. Premo il tasto due. Lei alza la testa e guarda di fronte… all’improvviso inizia a  ridere, una  risata infantile  che non ha fine, contagiosa.  Di fronte a noi c’è “soltanto” lo specchio dell’ascensore che ci rimanda l’immagine triste della malattia. Ridiamo insieme, ridiamo entrambi di fronte a quella faccia beffarda che pretende di prenderci in giro, di vederci tristi e finiti  per colpa sua. Ti ridiamo in faccia Alzheimer,  perché la vita sarà come il gioco dell’oca ma la partita non è ancorafinita.

ALEJANDRO  GONZÀLEZ PANIAGUA