Shirin Neshat (1957) è un artista iraniana. Nata a Qazvin, una piccola città a due ore da Tehran, Neshat si trasferisce negli Stati Uniti nel 1974 per studiare arte, un evento che in seguito alla Rivoluzione Islamica nel 1979, trasforma quella che doveva essere una breve vacanza studio in un esilio dal suo paese natio che dura vent’anni. Dopo essersi diplomata alla Berkeley University in California nel 1983, Neshat lavora per circa dieci anni a New York in uno spazio interdisciplinare dedicato all’arte e all’architettura. La constatazione dei cambiamenti radicali che hanno mutato il tessuto sociale durante il suo viaggio di ritorno in Iran a inizio anni Novanta la spinge realizzare una serie di fotografie che esplorano il ruolo della donna in relazione al fondamentalismo islamico come Unveiling (Rivelazione, 1993) e Women of Allah (Donne di Allah, 1993-1997). Neshat successivamente passa dalla fotografia al video, un’evoluzione che coincide con una visione più poetica e meno apertamente politicizzata e che per la quale si avvale della collaborazione di compositori come Sussan Deyhim e Philip Glass. Dopo aver partecipato ad alcuni tra i più importanti eventi d’arte, tra cui la Biennale di Venezia (1999) e Documenta a Kassel in Germania (2002), nel 2004 Neshat presenta al Sundance Festival il suo primo film, Mahdokht, trascrizione cinematografica del romanzo Donne senza uomini di Shahrnush Parsipur.
L’immagine proposta da Neshat come manifesto della seconda edizione dell’Alzheimer Fest è tratta da The Home of My Eyes (La casa degli occhi), un gruppo di fotografie caratterizzato da iscrizioni calligrafiche a inchiostro fatte dall’artista ispirate ai versi del poeta azerbaijano-iraniano del dodicesimo secolo Nizami Ganjavi.
In essa gli occhi della donna puntano direttamente allo spettatore con disarmante onestà, mentre le mani si abbracciano quasi come per proteggersi, proteggono, creando un momento di autenticità dove il silenzio fa straordinari discorsi.

Michele Robecchi
Phaidon Press