E chi li aveva mai visti, in Italia, 100 milioni di euro all’anno per le persone con demenza? Incredibile ma vero: sono lì, previsti nero su bianco nella Legge di Bilancio 2026 approvata dal Parlamento, accanto agli 285 milioni dedicati alla salute mentale da qui al 2029. Quante cose si possono fare con 100 milioni? Quanti centri diurni, quanta musicoterapia, quanti neuropsicologi, quanta assistenza domiciliare, quanti sorrisi in più? Pensare che il Fondo per le demenze approvato nel 2023 ne prevede per l’anno prossimo appena 15, ovvero 12,5 euro a persona. Cento milioni annui sono un passo avanti, finalmente si vede che la politica comincia a capire l’entità del problema: 1,2 milioni di persone con demenza, più 900 mila con decadimento cognitivo, più 4 milioni di familiari coinvolti in una malattia che costa 23,6 miliardi all’anno (per il 63% a carico delle famiglie).
Invece no, è tutto un miraggio contabile: nella relazione tecnica alla Legge di Bilancio è specificato che quei 100 milioni saranno “destinatialle regioni, al fine di tenere conto delle conseguenze in termini finanziari derivanti da alcuni arresti giurisprudenziali della Corte di Cassazione”. Il riferimento, dice mestamente Nicola Vanacore, responsabile dell’Osservatorio Demenze dell’Istituto Superiore di Sanità, è alla questione delle rette nelle Rsa, alle molte sentenze (soprattutto in Lombardia e Veneto) che danno ragione ai familiari quando si rivolgono alla magistratura per ottenere il rimborso delle spese sostenute per il mantenimento dei malati di demenza nelle strutture residenziali.

Presto arriveranno nuovi farmaci, molto discussi e controversi, di cui beneficerà una ristretta cerchia di malati (circa il 10%) nelle fasi molto iniziali della malattia: il Sistema Sanitario li passerà gratuitamente (costo per paziente 15-20 mila euro all’anno).
Il contenzioso sulle rette in Rsa e l’arrivo dei nuovi farmaci monopolizzano l’attenzione della politica e degli addetti ai lavori. Certo sono questioni importanti, ma entrambe riguardano poche, pochissime persone. La stragrande maggioranza di quel 10% della popolazione (6 milioni di italiani) alle prese con una forma di demenza sarà ancora una volta tagliata fuori, e i miglioramenti di vita dovrà continuare a cercarseli da sola. Eppure, dice Vanacore, in questi anni i saperi sulla demenza e sulla cura hanno fatto molti progressi. “Sappiamo quello che si può fare, ci dobbiamo organizzare, abbiamo bisogno di risorse in più e di un finanziamento strutturale del Piano Nazionale delle Demenze, attualmente non finanziato, perché c’è la possibilità concreta di migliorare la qualità di vita delle persone”.
Risorse in più: anche senza arrivare al miliardo e 400 milioni messo in campo dalla Francia per il suo piano demenze. Vogliamo cominciare da 100 milioni (però) veri?
Michele Farina